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Daniele
Archibugi * e Raffaele Marchetti
Le Nazioni
Unite sono morte”. Una volta dopo l’altra. Soltanto
nell’ultimo decennio abbiamo ascoltato questa fosca
affermazione durante l’assedio di Sarajevo, mentre si
perpetuava il genocidio in Ruanda, quando la Nato ha iniziato
i bombardamenti in Serbia, quando George Bush jr e Tony Blair
hanno dato il via all’assalto all’Iraq, al susseguirsi d’ogni
attacco terroristico. La morte delle Nazioni Unite, inoltre, è
stata proclamata con rabbia e disperazione dai gruppi che
hanno subito soprusi e richiesto protezione senza ottenerla:
separatisti ceceni e movimenti di liberazione africani,
minoranze Kashmir e Tamil, popoli senza stato nel Kurdistan e
in Palestina. C’è oramai quasi un gusto perverso nel
decretare la morte delle Nazioni Unite. Forse perché, finita
la guerra fredda, ci si aspettava che l’Onu potesse diventare
un centro di potere assai più importante nella politica
mondiale.
Una morte annunciata Per decenni
l’organizzazione era stata paralizzata dai veti, formali e
sostanziali, delle super-potenze. Le scelte decisive erano
prese in vertici segreti nei quali Krusciov e Kennedy, Breznev
e Nixon, Gorbaciov e Reagan ridisegnavano i confini del
mondo.
Scomparso il pericolo rosso, elementi importanti
dell’opinione pubblica mondiale hanno posto fiducia in un
progetto fin troppo ambizioso: quello di far diventare le
Nazioni Unite l’istituzione centrale della vita
internazionale, colmando l’insostenibile divario attuale tra i
compiti assegnati all’organizzazione e il suo potere
effettivo. E la parola magica democrazia è stata spesa anche
per un’istituzione che per anni era stata dominata dalla
diplomazia. Superata la fase del duello bipolare, si poteva
sperare che l’arida saggezza realista si rivolgesse verso
progetti di cooperazione controllata e che il vincitore,
l’Occidente liberale dominato dagli Stati Uniti, compisse una
decisiva sterzata politica. Queste speranze si sono
concentrate in questi anni su una serie di commissioni di
esperti nate con il compito di elaborare prospettive
multi-laterali compatibili con gli interessi politici ed
economici dell’Occidente, ma senza andare necessariamente a
discapito del resto del pianeta. Di fatto, le proposte
avanzate dalle varie commissioni di esperti sono rimaste per
la maggior parte inascoltate. Era insomma confermato che i
grandi progetti sono di competenza esclusiva di pazzi
sognatori o di politici trombati. Il fatto che tanti
autorevoli statisti si siano dedicati all’industria della
“Global Governance” testimonia che non era interamente
insensato sperare in una riforma radicale del sistema
internazionale. Non è stato l’11 settembre a porre la
parola fine a queste speranze. Il gigante ferito poteva usare
quell’immane tragedia in due direzioni contrapposte: poteva
diventare il paladino del nuovo ordine mondiale, la vittima
che accetta la sofferenza piuttosto di infliggerla e che,
proprio per questo, è credibile come guida soft power della
politica mondiale. Sappiamo invece che ha prevalso la scelta
contraria dell’hard power: le guerre spettacolari in
Afghanistan e in Iraq hanno dimostrato che, sotto
l’amministrazione Bush, i vecchi mezzi utilizzati durante la
guerra del Vietnam potevano essere riproposti anche in
un’epoca in cui erano spariti i rivali. Il mito di Charles
Bronson ha avuto la meglio su quello di Perry Mason. Le
Nazioni Unite, così bisognose di trovare un campione, sono
state ferite e umiliate ancora.
L’amico americano Ma
neppure gli Stati Uniti di George Bush jr. sono riusciti a
eludere interamente il ruolo delle Nazioni Unite. Prova ne è
che, prima di invadere l’Iraq, il segretario di Stato si abbia
dovuto recarsi, e a più riprese, al Consiglio di Sicurezza per
sostenere le ragioni del suo governo. Tutte le televisioni del
mondo hanno fatto vedere Powell che esibiva le foto con i
camion delle presunte armi di distruzioni di massa. Non era
mai successo in passato che uno stato sentisse il bisogno di
giustificare apertamente le sue azioni di fronte all’organo
mondiale che ne ha competenza legale. Le sale dell’Onu sono
state sotto i riflettori proprio nel momento in cui
l’organizzazione era umiliata e resa irrilevante. La tesi
dei neocons americani è, del resto, assai chiara: le Nazioni
Unite possono avere una funzione solo ed esclusivamente
qualora non ci sia un divario troppo palese tra potere reale,
così saldamente nelle mani degli Stati Uniti, e costruzione
legale. Da qui l’idea che qualsiasi cambiamento di rotta
nell’organizzazione debba avvicinare le due realtà, e rendere
l’Onu più vicina alla politica di Washington. Uno smacco come
quello subito dal governo americano quando il Consiglio di
sicurezza si è rifiutato di avallare l’invasione dell’Iraq,
insomma, non si deve più ripetere. è qui il nocciolo del
problema: da una parte, è impensabile che qualsiasi
cambiamento, formale o sostanziale, alle Nazioni Unite sia
fatto senza la volontà del governo americano. Non si può
prescindere dalla super potenza mondiale, paese che ospita la
sede principale dell’Onu a New York, e che contribuisce da
solo per poco meno di un quarto del bilancio ordinario
dell’organizzazione. Dall’altra, le azioni intraprese dal
governo americano non possono prescindere da una complessa
rete di controlli e contrappesi interni. E, nonostante la
guerra, l’opinione pubblica americana continua a preferire
soluzioni multilateraliste piuttosto che unilateraliste. Ma
tali visioni sono più passive che attive, e in molti casi i
cittadini degli Stati Uniti non si sentono motivati a favore
del multilateralismo come invece si sentono per le questioni
politiche interne. Forse il futuro delle Nazioni Unite risiede
proprio nella capacità di risvegliare questa opinione pubblica
e farle amare di nuovo il vecchio sogno di Roosevelt, malgrado
o forse proprio a motivo dell’11 settembre.
Riforme e
controriforme Sarebbe stato assai difficile far accettare
all’opinione pubblica americana una guerra a miglia e miglia
di distanza evocando solamente la sicurezza e l’interesse
nazionale. La nuova dottrina americana si è auto-investita
della difesa dei valori supremi della democrazia e della
libertà. Nello stesso Partito repubblicano, la vecchia
ideologia pragmatica di Henry Kissinger è stata ripudiata a
favore di un messianesimo che enfatizza i valori. In gran
parte, si tratta di un cambiamento meramente linguistico,
mentre continuano imperterriti i sostegni a regimi
dittatoriali ma fedeli all’amico americano (è il caso, ad
esempio, dell’Arabia Saudita). L’ideologia nasconde spesso
paradossi. Washington s’indigna sempre più frequentemente
contro la mancanza di democrazia in altri Stati (sempre scelti
tra i nemici) e poi si oppone a ogni azione che possa
aumentare il livello di democraticità nelle organizzazioni
internazionali. Giustizia penale internazionale, controllo nel
commercio degli armamenti, coinvolgimento delle organizzazioni
non governative, e accordi ambientali sono tutte aree
percepite dal governo Usa come minacce alle quali opporsi. A
meno che non siano loro a stabilire chi giudicare, a chi
vendere armi, quali associazioni ammettere, e quanto
inquinare. Non sorprende dunque che, finora, le grandi
speranze sono state smentite. I magnifici progetti di riforma
delle Nazioni Unite presentati nel 1995, in occasione del 50°
anniversario, sono stati ignorati. I cambiamenti attesi per il
nuovo millennio sono evaporati. Ci si può attendere qualcosa
di diverso in occasione del 60° anniversario? Le delusioni del
passato inducono a scegliere la strategia dei piccoli passi,
delle riforme specifiche come quelle relative alla Corte
penale internazionale e al Trattato per la messa al bando
delle mine anti-persona. Ma qualunque di queste riforme
resterà lettera morta in assenza d’attori politici
intenzionati a promuoverle. Oggi, sostenere la riforma
democratica delle Nazioni Unite serve a scopi che vanno ben al
di là della sua mera funzionalità. Serve a mostrare che c’è un
processo di democratizzazione da avviare nelle organizzazioni
internazionali che è importante almeno quanto quello di
democratizzazione all’interno degli Stati, perché i due
processi non possono che influenzarsi reciprocamente. E, allo
stesso tempo, indica una strategia politica: piuttosto che
forzare i paesi poveri ad abbracciare il credo democratico
tramite bombardamenti aerei, intende far vedere che esiste un
consesso di popoli liberi che sono disposti ad accogliere e ad
aiutare i popoli che si indirizzano verso l’auto-governo e la
tolleranza. Ma per diffondere questo messaggio ai popoli
desiderosi di conseguire libertà e democrazia, occorre un
cambiamento radicale nel panorama mondiale: si tratta di
mostrare che le regole del sistema internazionale non sono
imposte da un solo Stato, ma sono concordate ascoltando la
voce di tutti. E non c’è luogo migliore del Palazzo di vetro
per farlo. L’Europa è il candidato naturale per
incoraggiare questo radicale cambiamento di prospettiva.
Nonostante le divisioni interne, in special modo quelle tra
governi pro-atlantici e anti-atlantici, sembra che l’Europa
possa esprimere una strategia comune per quanto riguarda le
Nazioni Unite più di quanto accada per i singoli aspetti di
politica estera.
Trasparenza delle decisioni Quale
strategia complessiva si dovrebbe adottare per una riforma
democratica del sistema internazionale, in primis dell’Onu? La
prospettiva che qui si auspica è genuinamente politica e
multilateralista. Vanno rifiutate sia la prospettiva
anti-sistemica, di totale opposizione a qualsiasi
coordinamento delle politiche internazionali che porta
direttamente ad affossare l’Onu, sia quella assai più
insidiosa della tecnocrazia, che ridurrebbe l’Onu ad un mero
segretariato tecnico, un passacarte delle decisioni dei
governi più importanti. Escluse queste due pericolose
alternative e il semplice stallo nello status quo, non rimane
che la prospettiva sanamente riformista, secondo la quale le
Nazioni Unite debbano ancora oggi essere viste come la sede
istituzionale più importante della politica mondiale. Questa
prospettiva non è ignara dei limiti attuali
dell’organizzazione, e ha ben presente gli ostacoli
istituzionali e formali. Ma si basa su alcuni valori
fondamentali della democrazia presenti nell’organizzazione, e
invece assenti nella pratica diplomatica. Essi sono
riassumibili in due aspetti: trasparenza e legalità. Nel
sistema dell’Onu, i governi sono chiamati a pronunciarsi
pubblicamente sulle loro azioni, in totale contrasto con le
procedure tipiche della politica internazionale, avvolte nella
nebbia della “ragion di Stato”, dove si può solamente alludere
alle informazioni dei servizi di sicurezza senza però
mostrarle. La farsa delle armi di distruzione di massa irakene
ha dimostrato quanto la segretezza nella politica estera sia
poco corrispondente agli interessi dei cittadini. Ebbene,
l’Onu è una delle istituzioni che, almeno parzialmente,
contribuisce a dipanare questa ben orchestrata cortina
fumogena; qualora pienamente attuata, permetterebbe
all’opinione pubblica di giudicare.
Regola del
diritto C’è chi sostiene che il diritto internazionale sia
come lo zerbino: creato per essere calpestato. Eppure, tutte
le organizzazioni internazionali, a cominciare dalle Nazioni
Unite, esistono perché c’è, per quanto imperfetto, un diritto
internazionale. In assenza di sanzioni applicabili per i
trasgressori, la valenza del diritto internazionale continuerà
ad essere limitata, eppure garantirà quel punto di vista
critico fondamentale per ogni interazione civile. La legge
rimane tale anche se violata. E non si può ignorare che la
politica mondiale è oggi dominata da Stati di diritto
democratici. Ma l’esperienza degli ultimi quindici anni
mostra chiaramente che gli Stati democratici non sono più
propensi di quelli autoritari a rispettare la legalità, e
tanto meno a introdurre modifiche democratiche nelle regole
del sistema internazionale. Il paradosso è che gli Stati
democratici (a cominciare dagli Stati Uniti) non sono affatto
più ligi nel sottoscrivere accordi internazionali, né nel
rispettarne i precetti. Si crea così una situazione
insostenibile nella quale gli stati democratici definiscono le
norme del diritto internazionale per farle rispettare
solamente agli stati più deboli (spesso non democratici).
Rivitalizzare le Nazioni Unite significa dunque richiedere
agli stati democratici di espandere le norme del diritto e di
applicarle nell’ambito dell’unico sistema giuridico
condiviso. È quindi lecito chiedersi: le prospettive di
riforma che abbiamo brevemente passato in rassegna, sono
destinate a rimanere una pia consolazione per anime belle, una
sorta di tributo che gli attori politici enunciano sapendo in
anticipo che non se ne farà nulla? Se si guarda la natura
delle proposte e, soprattutto, le istituzioni che le
sostengono si nota che i temi avanzati poco più di un decennio
fa da sparuti gruppi di sognatori o super tecnici sono oggi
stati fatti propri da istituzioni ben più autorevoli.1 La
riforma delle Nazioni Unite, insomma non è più un tema
affrontato solo con il gregoriano dei corpi diplomatici: il
linguaggio e le proposte avanzate da movimenti globali
visionari ha invece contaminato tutto l’establishment. Ma
questo, purtroppo, non significa che cambiamenti sostanziali
siano più prossimi. Per diventare realtà, tali riforme
hanno bisogno di essere sostenute. L’esplicito sostegno del
Segretario generale non basta. I governi del G5 sono quasi
inevitabilmente propensi a un atteggiamento conservatore a
difesa dello status quo. Eccezione a ciò è chiaramente offerta
da alcuni settori della politica americana che vedono nella
riforma dell’Onu un possibile moltiplicatore degli interessi
nazionali. Spinte al cambiamento verso un maggior grado di
democraticità istituzionale devono quindi provenire da altri
attori politici, magari coalizzati. L’esperienza recente,
in particolar modo l’istituzione della Corte penale
internazionale e l’approvazione del Trattato per la messa al
bando delle mine anti-persone, mostra che cambiamenti
normativi a livello internazionale sono possibili solo a patto
che si riesca a instaurare una coalizione mista tra governi
dei paesi non-G5 e società civile transnazionale. Mentre i
primi ambiscono a ridurre il loro grado subalterno all’interno
dell’Organizzazione, la seconda ha obiettivi più genuinamente
democratici, declinati attraverso progetti di maggiore
inclusione dei soggetti politici non tradizionali all’interno
della vita istituzionale. In questo senso le campagne della
società civile sono una condizione senz’altro importante, ma
non sufficiente per produrre cambiamenti istituzionali a
livello internazionale. Occorre dunque che la società civile
globale trovi degli ancoraggi fermi in governi disposti a
sostenere queste iniziative. Una sponda attiva sul fronte
della riforma dell’Onu è sicuramente l’Internazionale
Socialista, la quale si è espressa in tal senso e ha
incoraggiato i governi capeggiati da partiti che ad essa si
richiamano a sostenere effettivamente tali proposte. L’ex
segretario stesso dell’Internazionale Socialista, Antonio
Gutierrez, si è personalmente speso nella campagna “Reclaim
Our UN” promossa dall’italiana Tavola della Pace, accolta con
favore dal governo brasiliano di Igancio Lula da Silva, e
inserita all’interno delle iniziative del World Social Forum.
Il governo spagnolo di Rodriguez Zapatero, tramite
l’iniziativa per una Alleanza tra Civilizzazioni, sta facendo
la sua parte. C’è da sperare che gli altri governi europei
seguano la stessa strada. Ma soprattutto, c’è da sperare
che una vibrante opinione pubblica in Europa e nel mondo abbia
anche il salutare effetto di dare la sveglia oltre gli oceani
ad un popolo americano che ha troppo spesso dato ascolto alle
sirene di chi gli ha promesso un nuovo Impero. Nel 1840, il
pacifista americano William Ladd avanzò alcune lungimiranti
proposte, come la creazione di un congresso delle nazioni con
funzioni legislative e una corte internazionale con funzioni
giudiziarie. Le Nazioni Unite e la Carte Internazionale di
giustizia sono approssimazioni molto vicine a quelle proposte.
Ladd sosteneva che le condizioni per un governo esecutivo
mondiale non erano ancora date e che tale funzione doveva
esser lasciata nelle mani dell’opinione pubblica mondiale, che
chiamava ottimisticamente “la regina del mondo”. Per troppe
decadi la Regina è rimasta addormentata, ma ultimamente ha
dato segni di risveglio. È tempo ormai che riprenda il posto
che merita negli affari internazionali.
* CNR,
Consulente Ocse e Nazioni Unite
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